di NADIA DAVOLI

disegno di Stefano Baiocchi

SCARPETTE ROSSE: UNA FIABA MACABRA

Il noto scrittore danese Hans Christian Andersen annovera tra le sue più macabre fiabe quella di Scarpette Rosse, storia di una bimba poverissima adottata da una ricca signora, che vede per caso ai piedi di una piccina di sangue blu delle bellissime scarpe di cuoio rosso. Le desidera, le ottiene e ciò acuisce talmente la sua vanità che dimentica i buoni propositi cristiani e il rispetto delle regole religiose dell’epoca e della sua società. Le scarpe, allora, si animano di vita propria e la costringono a danzare e danzare senza fermarsi fino a portarla alla decisione di farsi amputare i piedi sostituendoli con piedi di legno. Così castigata, la ragazzina rientra tra i pii osservanti la legge del Signore, a servizio del parroco del paese una volta morta la madre adottiva.

UNA REALE E BIZZARRA VICENDA

Questa in breve la storia, ma è possibile che Andersen abbia preso ispirazione da una altrettanto bizzarra ma vera storia avvenuta nel XVI secolo a Strasburgo, citata da Hyeronimus Gebwillers, uno scrittore alsaziano, e datata al luglio del 1518.
Dice Riccardo Ruggeri, in un articolo sul suo blog personale (https://riccardoruggeri.eu/blog/le-danze-mortali-delle-donne-di-strasburgo-500-anni-fa/):

Una popolana, certa Frau Troffea, comincia a ballare, non c’è musica, non c’è palco, ma lei balla, balla, al punto che i suoi piedi si riempiono di piaghe e va avanti così, con brevi svenimenti-dormiveglia, per sei giorni. Nel frattempo, altre donne si associano, ballano come lei, diventano un centinaio, alcune non ce la fanno, chiedono aiuto, pregano che qualcuno le blocchi. Nulla da fare, l’ossessione ballerina contagia pure gli spettatori, tutti sono come in trance. (…)”

Gli involontari ballerini si moltiplicano arrivando fino ad alcune centinaia di persone, al punto che il Borgomastro, dopo aver fatto portare la prima vittima del ballo davanti all’altare di San Guy (San Vito, il Santo invocato per proteggersi dall’epilessia, nota appunto come Ballo di San Vito), ascoltati i medici decide di far erigere un palco e lasciare ballare i poveretti a piacere, accompagnati da musicisti e suonatori. Nulla da fare, diversi muoiono per sfinimento senza riuscire a smettere di danzare, e come Frau Troffea tutti implorano di farli smettere, senza risultato.
L’epidemia cessò quando i danzatori vennero portati presso un ospedale, nel settembre successivo.

UNA STRANA EPIDEMIA

A cosa fu dovuta questa strana epidemia? Improbabile l’addebito ad intossicazione da segale cornuta, cereale da panificazione molto usato nel Nord Europa anche oggi, che avrebbe provocato spasmi incontrollati, debolezza, non certo passi di danza, seppur scoordinati, durati per giorni e giorni. Oltre ai sintomi, avrebbe dovuto essere ingerita una enorme quantità di cereale avariato per provocare questi deliri danzanti a centinaia di persone.

Un fenomeno, peraltro non unico, vi sono tracce di altri casi simili seppure non tantissimi, nell’Europa continentale (Belgio, Lussemburgo e Nord Est della Francia nel 1374, meno documentata di quella del 1518, e un’altra decina di casi), di isteria collettiva?
E’ possibile se si pensa alla situazione limite in cui i poveri abitanti di Strasburgo, e molti altri, vivevano: frequenti carestie, epidemie, fame, guerre. Però è altrettanto vero che queste vi furono per secoli e diffuse ovunque, mentre le epidemie di follia danzante furono abbastanza rare e molto circoscritte.

TANTE IPOTESI…

Un’altra ipotesi, vedi anche il blog di Ruggeri citato in precedenza, vede invece la danza di Frau Troffea, e di altre donne, come una ribellione alle imposizioni coniugali e ai soprusi dei mariti nei confronti delle mogli, teoria suggerita addirittura da Paracelso recatosi, pur se anni dopo, a Strasburgo per studiare lo strano caso.
Ma solo le donne di Strasburgo ricorsero a questo espediente? Tra l’altro, le vittime del ballo non erano solo donne.

L’ipotesi più probabile resta comunque quella del fenomeno di isteria di massa: nel 1518   proprio nelle zone dell’ “epidemia del ballo” vi furono forti tensioni politiche e una grave carestia, entrambi certi fattori di stress per disperazione, tali che forse, in menti oppresse dalla paura della fame, divenne preferibile “danzarci su” (danza come espressione sia di festa gioiosa che di sacralità, superfluo qui ricordare il senso sacro che hanno avuto moltissime danze fin dai tempi più antichi) fino alla morte, senza fermarsi.