Mystery Leader

Itinerari tra natura, folklore e mistero

Autore: Mystery Leader Pagina 1 di 2

Il Vampiro della Réunion

UN’ISOLA DA SOGNO, UNA TOMBA ROSSA, UN SANTO CHIAMATO VAMPIRO.

Quello che segue è un mio ricordo, la testimonianza di come una vacanza può trasformarsi a volte in maniera imprevedibile, facendoci incontrare situazioni interessanti e misteriose, al confine tra “demonio e santità”.

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La notte in cui vidi un U.F.O.

di Rocco Penazzi

globi luminosi ritaglio

Era l’estate del 1991, giugno o forse luglio. Con il mio amico e compagno universitario Ivan eravamo sul versante spagnolo dei Pirenei per un Trekking di più giorni. Partimmo da Lourdes in Francia in direzione della costa dell’Oceano Atlantico. Arrivammo così sul versante spagnolo, ritrovandoci in una zona del tutto sperduta, nessuna casa, nessuna persona sulla strada.
Durante il cammino avvistammo un rudere dal cui interno usciva del fumo; ci avviciniamo.
Il rudere (un vecchio edificio in pietra e legno) era molto malmesso, ma all’interno qualcuno aveva acceso un fuoco di cui erano rimaste solo le braci. Era mezzogiorno o forse il primo pomeriggio, non ricordo bene, deducemmo che chi aveva acceso il fuoco sarebbe ritornato, quindi ci accampammo fuori dal rudere, e mettemmo per terra gli zaini.
Era ormai sera e ancora non arriva nessuno; era molto strano dato che lasciare un fuoco anche solo con poche braci accese non era una cosa da vero camminatore di montagna.
Cucinammo qualcosa da mangiare. Poi, per rilassarci, Ivan si mise a leggere a voce alta una libro in inglese sui Pirenei che, oltre alla descrizione dei percorsi, riportava il resoconto delle esperienze di persone che erano già state a camminare in quelle zone.

Il racconto che lesse era legato al folklore… Narrava di un viandante il quale, mentre si riposava in accampamento, si svegliò di soprassalto iniziando a percepire e vedere alcuni strani fenomeni: un vento che si alzava all’improvviso, un freddo intenso che lo avvolgeva, un grande numero di lucciole che sciamavano verso di lui. Vide figure femminili danzare che poi si rivelarono essere streghe. Insomma, un racconto suggestivo, perfetto per un posto come quello, con quello strano rudere alle spalle.
Le temperature quella notte erano alte, quindi non montammo la tenda e ci coricammo sull’erba, infilati nei sacchi a pelo; decidemmo però di non ripararci dentro al rudere (che comunque non era pericolante) perché pensavamo che, se non occupato da un camminatore, fosse la dimora di un barbone che ci aspettavamo di vedere arrivare a momenti benché, sia chiaro, quelle zone fossero assolutamente deserte per molti chilometri, né case, né persone… Eravamo proprio soli io, il mio amico e la natura. E così ci addormentammo.

Mi svegliai nel cuore della notte provando una sensazione molto strana; si alzò un grande vento e iniziò a fare davvero freddo tanto che quel punto decidemmo di ripararci dentro al rudere. In quell’istante pensammo al racconto che avevo letto poco prima, sembrava proprio di rivivere l’episodio delle streghe. L’inquietudine era accresciuta dall’aver sentito, poco prima di addormentarci, una massa molto grossa che si muoveva tra i cespugli ai  margini del bosco; in altre zone avevamo avvistato delle mucche, ma lì non ce n’erano, quindi pensammo subito ad un orso. Ma alla fine il sonno prese il sopravvento.
Dopo un po’, non ricordo quanto, mi sentii chiamare, mi svegliai, era Ivan che, allarmato, mi indicava qualcosa fuori dal rudere: era una moltitudine di lucciole! Poi aggiunse “Guarda anche quelli!” Io mi ero appena svegliato e stavo ancora riaprendo gli occhi; per osservare meglio uscimmo dal rudere.
E allora vedemmo bene. In lontananza si potevano scorgere enormi sfere luminose che, in un movimento fluido e continuo, da terra si alzavano al cielo per poi sparire; erano molto numerose e il fenomeno continuò per diversi minuti.

Globi luminosi blu
disegno di Stefano Baiocchi


Era come guardare le bollicine di anidride carbonica che risalgono verso la superficie di bicchiere di acqua gassata, solo che le sfere di fronte a noi erano enormi, luminose e di forma ovoidale.
Ma per noi, in quel momento, erano UFO, i famosi Oggetti Volanti non Identificati. In realtà non riuscimmo mai a capire cosa fossero davvero, né in quel momento né dopo… Poco dopo ipotizzammo anche altre spiegazioni… Un particolare fenomeno atmosferico oppure qualcosa dovuta all’azione dell’uomo, ma sarebbe stato strano visto che eravamo in zone senza insediamenti o villaggi.
Nonostante tutto tornammo a dormire ed al mattino riprendemmo il cammino, senza vedere mai chi aveva accesso il fuoco e senza risposte per lo straordinario fenomeno luminoso. 

Non vi so dire cosa fossero quelle sfere … pensai anche a qualche connessione con esercitazioni militari oppure a particolari emissioni di gas da sottosuolo… ma erano pure congetture.
Magari un giorno indagherò meglio su quella zona, ma dovrei ritrovare il punto esatto sulla cartina e sono passati molti anni.
L’unica cosa certa è che per me rimane un Mistero irrisolto.

Scarpette rosse

di NADIA DAVOLI

disegno di Stefano Baiocchi

SCARPETTE ROSSE: UNA FIABA MACABRA

Il noto scrittore danese Hans Christian Andersen annovera tra le sue più macabre fiabe quella di Scarpette Rosse, storia di una bimba poverissima adottata da una ricca signora, che vede per caso ai piedi di una piccina di sangue blu delle bellissime scarpe di cuoio rosso. Le desidera, le ottiene e ciò acuisce talmente la sua vanità che dimentica i buoni propositi cristiani e il rispetto delle regole religiose dell’epoca e della sua società. Le scarpe, allora, si animano di vita propria e la costringono a danzare e danzare senza fermarsi fino a portarla alla decisione di farsi amputare i piedi sostituendoli con piedi di legno. Così castigata, la ragazzina rientra tra i pii osservanti la legge del Signore, a servizio del parroco del paese una volta morta la madre adottiva.

UNA REALE E BIZZARRA VICENDA

Questa in breve la storia, ma è possibile che Andersen abbia preso ispirazione da una altrettanto bizzarra ma vera storia avvenuta nel XVI secolo a Strasburgo, citata da Hyeronimus Gebwillers, uno scrittore alsaziano, e datata al luglio del 1518.
Dice Riccardo Ruggeri, in un articolo sul suo blog personale (https://riccardoruggeri.eu/blog/le-danze-mortali-delle-donne-di-strasburgo-500-anni-fa/):

Una popolana, certa Frau Troffea, comincia a ballare, non c’è musica, non c’è palco, ma lei balla, balla, al punto che i suoi piedi si riempiono di piaghe e va avanti così, con brevi svenimenti-dormiveglia, per sei giorni. Nel frattempo, altre donne si associano, ballano come lei, diventano un centinaio, alcune non ce la fanno, chiedono aiuto, pregano che qualcuno le blocchi. Nulla da fare, l’ossessione ballerina contagia pure gli spettatori, tutti sono come in trance. (…)”

Gli involontari ballerini si moltiplicano arrivando fino ad alcune centinaia di persone, al punto che il Borgomastro, dopo aver fatto portare la prima vittima del ballo davanti all’altare di San Guy (San Vito, il Santo invocato per proteggersi dall’epilessia, nota appunto come Ballo di San Vito), ascoltati i medici decide di far erigere un palco e lasciare ballare i poveretti a piacere, accompagnati da musicisti e suonatori. Nulla da fare, diversi muoiono per sfinimento senza riuscire a smettere di danzare, e come Frau Troffea tutti implorano di farli smettere, senza risultato.
L’epidemia cessò quando i danzatori vennero portati presso un ospedale, nel settembre successivo.

UNA STRANA EPIDEMIA

A cosa fu dovuta questa strana epidemia? Improbabile l’addebito ad intossicazione da segale cornuta, cereale da panificazione molto usato nel Nord Europa anche oggi, che avrebbe provocato spasmi incontrollati, debolezza, non certo passi di danza, seppur scoordinati, durati per giorni e giorni. Oltre ai sintomi, avrebbe dovuto essere ingerita una enorme quantità di cereale avariato per provocare questi deliri danzanti a centinaia di persone.

Un fenomeno, peraltro non unico, vi sono tracce di altri casi simili seppure non tantissimi, nell’Europa continentale (Belgio, Lussemburgo e Nord Est della Francia nel 1374, meno documentata di quella del 1518, e un’altra decina di casi), di isteria collettiva?
E’ possibile se si pensa alla situazione limite in cui i poveri abitanti di Strasburgo, e molti altri, vivevano: frequenti carestie, epidemie, fame, guerre. Però è altrettanto vero che queste vi furono per secoli e diffuse ovunque, mentre le epidemie di follia danzante furono abbastanza rare e molto circoscritte.

TANTE IPOTESI…

Un’altra ipotesi, vedi anche il blog di Ruggeri citato in precedenza, vede invece la danza di Frau Troffea, e di altre donne, come una ribellione alle imposizioni coniugali e ai soprusi dei mariti nei confronti delle mogli, teoria suggerita addirittura da Paracelso recatosi, pur se anni dopo, a Strasburgo per studiare lo strano caso.
Ma solo le donne di Strasburgo ricorsero a questo espediente? Tra l’altro, le vittime del ballo non erano solo donne.

L’ipotesi più probabile resta comunque quella del fenomeno di isteria di massa: nel 1518   proprio nelle zone dell’ “epidemia del ballo” vi furono forti tensioni politiche e una grave carestia, entrambi certi fattori di stress per disperazione, tali che forse, in menti oppresse dalla paura della fame, divenne preferibile “danzarci su” (danza come espressione sia di festa gioiosa che di sacralità, superfluo qui ricordare il senso sacro che hanno avuto moltissime danze fin dai tempi più antichi) fino alla morte, senza fermarsi.

Halloween: “americanata” o folklore nostrano?

LA FESTA DI AULIN

Mi ricordo un giorno di fine ottobre in Romagna… Sono in campagna e davanti alla casa di un contadino vedo ben posizionate tante zucche ed un cartello con su scritto “Si vendono zucche per la festa di Aulin”. Naturalmente si rifesce alla festa di Halloween ma per chi non conosce l’inglese la pronuncia potrebbe risultare un po’ difficile, da cui la storpiatura. Ma a parte la parola sbagliata…Vuoi che lo scaltro contadino non approfitti di questa “americanata” che ormai va così di moda anche in Italia? Vuoi che non provi a tirar su qualche soldo vendendo zucche da intagliare? Proprio come fanno gli americani? Ma poi… questa ricorrenza che molti denigrano è veramente “un’americanata”?

UN RICORDO ROMAGNOLO

Per rispondere a queste domande, vi propongo un mio ricordo: mia mamma, ora ultra ottantenne, mi raccontava che lei e le sorelle, in autunno, erano solite intagliare una zucca a mo’ di faccia e mettevano due candele dentro le orbite. Era una sorta di rito apotropaico per allontanare gli influssi maligni e spaventare eventuali malintenzionati. Zucche intagliate…proprio come quelle di Halloween. Ma nei primi decenni del novecento questa presunta “americanata” non era ancora arrivata da noi.

LE VERE ORIGINI DI HALLOWEEN

Allora com’è possibile che queste ritualità ritenute dai più di origine anglosassone fossero invece presenti in Romagna (e non solo) tanti decenni fa? Occorre andare ancora molto, molto indietro nel tempo.
Alcune popolazioni celtiche, tra cui tre tribù (Senoni, Lingoni e Boi), insediate anche in Romagna, dal ‘400 A.C. festeggiavano il capodanno dalla notte del 31 ottobre fino alla notte di San martino (la notte del 10 novembre). Tale festività si chiamava Shamain ed aveva molte delle caratteristiche che si ritrovano nell’Halloween americana.
In tempi più recenti gli Irlandesi (popolazione di origini celtiche) dopo la grande carestia dell’800, (dovuta a un parassita che distrusse circa un terzo dei raccolti tra il 1845 e il 1846) migrarono negli USA, portandoci i loro riti e le loro usanze, tra cui anche il capodanno celtico che da quel momento ha iniziato a diffondersi e a svilupparsi in tutti gli Stati Uniti e in tutta la popolazione.  Negli ultimi decenni del novecento Halloween è stata in qualche modo “riesportata” in Europa, grazie a film, libri, fiction… diventando il fenomeno ben più commerciale che oggi conosciamo.

TANTI NOMI PER UNA STESSA NOTTE

Dunque dalla celtica “Samhain” siamo arrivati all’americana “Halloween”. Peraltro la parola “Halloween” è la contrazione di “All Hallows’ Eve” che tradotto significa appunto “Notte di tutti i santi” (e quindi Ognissanti).
Quanti nomi per una stessa notte! Il perché è presto spiegato: la ricorrenza pagana Samhain attraverso l’opera costante e plurisecolare di evangelizzazione della chiesa cristiana è stata nel tempo trasformata nell’odierna Ognissanti grazie a quel processo di fusione e sovrapposizione di cristiano sul pagano denominato sincretismo.

DALL’ALDILÀ…

Tornando all’odierna Halloween, la versione che ci arriva oggi è sicuramente un’americanata, o quantomeno è fortemente influenzata dal tam tam commerciale… Ma perché l’abbiamo recepita così bene specialmente in Romagna? A mio parere perché faceva già parte del nostro substrato culturale dovuto forse al nostro retaggio celtico. Per i popoli celti i dieci giorni che vanno dalla notte del 31 ottobre alla notte del 10 novembre venivano considerati un momento di “tempo non tempo” in cui i morti tornano sulla terra dal regno sotterraneo ed hanno molta fame. È sempre stata usanza nelle famiglie romagnole, in questo periodo, apparecchiare dei posti a tavola in più per i cari defunti che tornavano. Al giorno d’oggi i bambini camuffati con costumi e trucchi volutamente “spaventosi” che vanno di casa in casa suonando i campanelli e dicendo “trick or treat” (dolcetto o scherzetto) imiterebbero inconsapevolmente i morti che tornano dall’aldilà e chiedono cibo…. Altrimenti… sono guai!

ORIGINI ANCOR PIÙ ANTICHE

Come mai la ricorrenza di Ognissanti si festeggiava ad esempio anche in Sardegna, ove non vi fu un’influenza celtica? Questo ce lo spiegano i bravissimi Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi nel loro libro “Halloween – Origine significato e tradizione, di una festa antica anche in Italia”.  I due autori scrivono che questa festività non ha origini soltanto celtiche, ma paneuropee e molto più antiche e che quindi anche i popoli celti la assorbirono a loro volta da tradizioni ben precedenti.
Senza contare che l’usanza di preparare cibi e doni ai morti è molto presente nel folklore di tante altre regioni tra cui Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Friuli, Abruzzo.
Quindi Halloween non è per nulla americana, ma molto europea e molto italiana.

Rocco Penazzi

Gabrina e le altre

Testo e ricerche di Nadia Davoli
Disegno di Stefano Baiocchi

Nell’ “Orlando Furioso” il poeta Ludovico Ariosto collocava, a simbolo del male, una donna “nido di tutti i vizi infandi e rei”, una vecchia che lui stesso definiva strega, vecchia maligna e malvagia, al soldo di un gruppo di malfattori, che agiva per il male dei protagonisti positivi della narrazione ariostesca e il cui nome insolito non traeva origine come gli altri dell’opera dalla letteratura classica, bretone e carolingia.

Si chiamava Gabrina. Come mai l’Ariosto, per un così cupo personaggio, scelse un nome insolito per la sua onomastica? Ludovico Ariosto nasce nel 1474 a Reggio Emilia nella bella casa della famiglia materna in un sobborgo della città. A Reggio era ancora viva la memoria di un famoso processo ad una donna, avvenuto quasi esattamente cent’anni prima, nel 1375. La donna si chiamava Gabrina di Gianozzo degli Albeti, e il suo processo è finora tra i più antichi per stregoneria di cui si conservano gli atti.

Era il luglio del 1375, e Gabrina comparve non davanti ad un tribunale ecclesiastico ma una corte civile presieduta dal vicario del Podestà di Reggio, definita “mulier malefica, incantatrix, apistrizatrix”, cioè una che fa intrugli, e li fa soprattutto con erbe “facere cum herbis”, da questo e da ben poco altro venne l’ accusa di “eresia”. Per la fortuna, se così si può dire, di Gabrina non era ancora nato il Tribunale dell’Inquisizione, anche se l’occhio lungo della Chiesa era comunque sempre ben presente.

Ma chi era Gabrina? Principalmente una herbaria (o erbaiola, donna che conosce le erbe) che non traeva alcun beneficio economico dal suo operare, probabilmente perché di famiglia benestante. Dava consigli, suggeriva rimedi, spesso erboristici e altrettanto spesso mischiati a rimedi ritenuti magici. E trasmetteva il suo sapere: negli atti del processo ricorrono spesso i termini “insegnò” ed “istruì”. Non agiva mai in prima persona: insegnava come fare per ottenere beneficio. Gabrina era una confidente a cui molte persone si rivolgevano per avere aiuto, sollievo, o anche solo qualcuno che le potesse ascoltare. Alle mogli dei molti mariti violenti, Gabrina consigliava un semplice infuso di camomilla, delle cui proprietà calmanti si fa uso anche oggi, a cui però in alcuni casi accostò gesti simbolici dalle radici antichissime: ad una di queste mogli sventurate, picchiata ed insultata dal marito a cui tuttavia teneva ad esempio, oltre all’infuso di camomilla suggerì di toccarsi la vulva, portarsi la mano umida alla bocca e poi baciare il marito.

La Crociata dei bambini

di Nadia Davoli

Tra la Quarta e la Quinta Crociata, ossia tra il 1204 e il 1217, si colloca la famosa Crociata dei bambini, o dei fanciulli, riportata da diversi cronisti del tempo e, vista l’unicità dei soggetti, a più riprese argomento di testi e film anche ai giorni nostri.

Noti i dati principali: nel giugno del 1212 in Francia e in Germania due folti gruppi di bambini si misero in pellegrinaggio con l’intenzione di raggiungere la Terrasanta, perlomeno questa era l’intenzione del gruppo tedesco

In un villaggio francese, Cloyes sur le Loir, un giovanissimo pastore dodicenne, Etienne, afferma di avere avuto una visione in cui Cristo, sotto le spoglie di un pellegrino affamato, gli consegna una lettera per il re di Francia. Raduna un gruppo di persone e parte in direzione della corte reale: lungo il cammino il gruppo si ingrandisce fino a raggiungere, dicono alcuni testi, le trentamila persone (ma è sicuramente una stima per eccesso). Accolti e rifocillati dalla gente comune, vengono invece guardati con diffidenza dal clero, il che è testimoniato da documenti dell’archivio canonico di Saint Quentin, da dove passò questo fiume di persone. Vennero ricevuti dal sovrano, e qui molte testimonianze cessano o diventano molto vaghe. Pare che i religiosi della corte e dell’entourage del re ritennero falsa la lettera di Etienne, e il sovrano rimandò i giovanissimi ed i pellegrini a casa loro.

La leggenda vuole che respinto dal re, Etienne si mise a predicare davanti all’abbazia di Saint Denis circa la loro destinazione a Gerusalemme, e per raggiungerla il Signore avrebbe diviso le acque del Mediterraneo come fece per Mosè, e a piedi i pellegrini avrebbero raggiunto così la Terra Santa (ma nei documenti non vi è traccia di questa intenzione dei giovani). Etienne radunò di nuovo, partendo verso il Sud della Francia, i suoi fedeli e altri si unirono a lui, fino a che raggiungono Marsiglia.

Il mare però ovviamente non si aprì dinnanzi a loro: molti ritennero Etienne un bugiardo e lo abbandonarono, altri invece mantennero la fiducia nel giovane visionario e attesero. Fu allora che due mercanti marsigliesi offrirono al gruppo di bambini un passaggio per la TerraSanta, su sette navi. Due di queste fecero naufragio presso l’Isola dei Ratti (vicino all’Isola di San Pietro, in Sardegna), mentre i ragazzini rimasti vennero venduti dai due mercanti a trafficanti di schiavi musulmani una volta raggiunta la costa del Nord Africa.

Molto simile, ma senza la destinazione a corte, la storia della crociata tedesca, meglio documentata. Anche in questo caso un giovanissimo, Nicolas, ha una visione: è un angelo che gli ordina di liberare la Croce a Gerusalemme dalle mani dei musulmani. Raduna diversi gruppi di coetanei, a cui le cronache dicono che si aggiungono anche adulti e addirittura madri con lattanti, giovani nobili, ma anche briganti e prostitute, tant’è vero che alcune cronache giudiziarie degli archivi di Colonia testimoniano che uno di costoro, avendo rubato i beni e il cibo dei giovani pellegrini, era stato processato ed impiccato.

Oltre settemila persone giungono a Genova nell’agosto del 1212 e qui le storie si intrecciano: una parte si dirige a Marsiglia dove si imbarcano e vengono venduti ai trafficanti di schiavi.

Un’altra parte torna indietro. Una terza parte prende la via di Roma e del Sud Italia e di loro non si sa più nulla, se non che pochissimi, forse, fecero ritorno.

Gli storici contemporanei tuttavia avanzano molti dubbi sul fatto che siano state crociate di bambini, di pueri come è riportato nei documenti dell’epoca. Georges Duby e Philippe Ariès, delle cui competenze non si può certo dubitare, affermano che puer, pueri può essere tradotto in tre modi diversi in latino classico, ma non obbligatoriamente con bambini: nessuna delle cronache del tempo parla di crociate solo di bambini come persone di pochi anni. Pueri anche come “bambini di Dio”, ultimi della società ma sicuramente di ogni età, oppure di persone che si trovano in stato di povertà (pauper) o di semischiavitù o di servaggio. Ed è probabilmente questa la versione esatta, visto che moltissime delle cronache medievali coeve insiste sulla povertà e sulla miseria dei pellegrini in questione.

Probabilmente fu una delle diverse “crociate dei poveri”, ovvero di gente comune, non militari o religiosi, o di ordini monastici cavallereschi, formatasi in un periodo storico ben preciso. Di pochi anni prima l’affermarsi pienamente di un aspetto fondamentale della religiosità popolare, il millenarismo, ovvero, come scrivono Franco Cardini e Domenico Del Nero nel loro “La crociata dei fanciulli” (ed. Giunti, 1999)

“ (…)  la fede sostenuta da una interpretazione letterale del libro dell’Apocalisse in un’epoca nuova che avrebbe visto una catarsi generale e un riscatto proprio dei più poveri ed emarginati. Anche ciò può in parte spiegare non solo l’ostilità delle fonti ecclesiastiche a eventi come quelli del 1212 ma anche il disprezzo nei confronti dei suoi partecipanti. Evidenziando il sincronismo tra le crociate dei fanciulli e alcune fasi della lotta anticatara    e se è vero che dalle cronache, neppure dalle più scopertamente ostili, non traspare affatto che i pueri abbiano mai assunto atteggiamenti ereticali o comunque di violenta rottura, in almeno una fonte si dice esplicitamente che i pellegrini contrapponevano la purezza della loro fede e delle loro intenzioni all’ “avarizia” del clero che cercava invece di fermarli.  Ecco che allora il termine puer può assumere quell’ambiguo valore di innocenza per i protagonisti stessi e di stoltezza per il clero ufficiale che, se anche non fiutava proprio odor di eresia, quantomeno poteva ricollegare il movimento a quell’ambiente sociale in cui i movimenti ereticali facevano un certo proselitismo. Si è già detto come la crociata dei fanciulli a quanto si ricava dalle fonti, prendesse vita soprattutto dalle campagne, e come la massa dei partecipanti, a parte le questioni sull’età, fosse molto povera”

Forse non è del tutto da escludere anche il fatto che proprio agli inizi del Duecento si hanno le prime avvisaglie della fine del cosiddetto Periodo Caldo Medioevale o PCM.

Alla fine di un periodo di diversi decenni di clima mite e favorevole alle colture anche nell’Europa Settentrionale (si giunse a coltivare la vite in Inghilterra), le temperature cominciarono ad abbassarsi innescando un ciclo di carestie più ravvicinate. La crescita demografica notevole che più o meno fu contemporanea al PCM favorita oltre che dal clima anche da miglioramenti apportati alle tecniche colturali, al concludersi di questo vedeva la presenza di una popolazione di molto aumentata a fronte di risorse che calavano, a volte anche in modo veloce.

La speranza di trovare una qualche giustizia divina, e più prosaicamente cercare di sfuggire alla fame pensando forse di trovare se non fortuna altrove almeno un miracolo (come quasi sempre accade, un pellegrinaggio per chiedere una grazia), potrebbe essere stato un ulteriore motivo di queste insolite migrazioni in chiave minore: i poveri, i miseri, chi viveva ai margini della società, quindi le prime vittime della fame erano proprio i principali protagonisti di questa crociata.

Settefonti: storia e leggende

In questo video un breve racconto sulla storia e sulle leggende di un luogo immerso nel verde davvero suggestivo: le rovine di Settefonti (Ozzano dell’Emilia, RA).

Il volto di pietra

La realtà, la fantasia e la storia a volte si fondono creando suggestioni davvero singolari e misteriose. Tanti di noi avrebbero forse da raccontare qualche esperienza del genere. Quella che segue è una storia ambientata a Faenza (RA) tratta da un racconto orale di una persona ancora vivente.

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Mistero e Fantasia

Ci sono luoghi al mondo ritenuti “misteriosi” e divenuti celebri grazie a sapienti strategie di marketing. Ma ne esistono alcuni altri, magari molto più vicini a noi, che mantengono un’aurea di leggenda e di misteri irrisolti, tanto che qualcuno ci ha scritto pure un romanzo. Ne parliamo in questo breve video.

Riprendiamo gli eventi dal vivo!

Pur con le dovute precauzioni, ripartiamo con gli eventi dal vivo.
Il primo sarà un trekking. Cliccate sulla foto per tutte le info:

https://www.mysteryleader.com/eventi-dal-vivo/trekking-della-luna-piena-6-giugno-2020/

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